',small: {url: '/joomla/images/phocagallery/Filmati/thumbs/phoca_thumb_m_santa sofia_1.jpg'},big: {url: '/joomla/images/phocagallery/Filmati/thumbs/phoca_thumb_l_santa sofia_1.jpg'} }]

logo calabriaortodossa new

 

Login



LA REGISTRAZIONE non comporta NESSUN OBBLIGO o l'invio di materiale pubblicitario. La Vs iscrizione contribuirà a MANTENERE IN VITA IL PORTALE.

Seleziona la tua lingua

Chinese (Simplified) English French German Greek Portuguese Romanian Russian Serbian Spanish

 

Seguici anche su

twitter-logo60x60icon t

Twitter

facebook icon60x60facebook iconface icon

Facebook

 

 


Designed by Domenico Oliveri Copyright 2011-2018
Il presente portale web è segnalato da:

Santa Sofia di Costantinopoli E-mail
Scritto da Silvia Ronchey e Tommaso Braccini   
Giovedì 15 Novembre 2012 00:00
Indice
Santa Sofia di Costantinopoli
Architettura
Galleria fotografica
Galleria video
Fonte dell'articolo
Tutte le pagine

santa Sofia costantinopoli 1

Per mille e cento anni, Costantinopoli fu il cuore del mondo. Per mare e per terra, svedesi, danesi, tedeschi, inglesi, russi discendevano verso il Bosforo; e persiani, arabi, amalfitani, veneziani, genovesi, normanni risalivano verso il Bosforo. All´alba, quando i viaggiatori si alzavano per contemplare Costantinopoli, la città era nascosta, o mascherata, o lasciava confusamente trasparire le infinite abitazioni. Attorno alle navi si stringeva una luminosa nebbia bianca, qualcosa di folto, umido e lattiginoso: il primo segno di Costantinopoli.
Verso mezzogiorno, quando cominciò a soffiare una brezza, la spessa nebbia lattiginosa si diradò. Poi scomparve. All´improvviso, tutto fu chiarore, splendore, irradiazione, trionfo. La folla degli oggetti luminosi abbagliarono gli occhi che non riuscivano a contemplarli tutti insieme; e la visione era raddoppiata e moltiplicata nelle acque del mare. Tra queste innumerevoli visioni di Costantinopoli, una si distinse tra tutte: quella dell´estate 1203 quando le navi veneziane arrivarono a Santo Stefano: «Nessuno poteva immaginare esserci nel mondo –scrisse Geoffroy de Villehardouin - una città tanto ricca, quando vedemmo quelle alte mura e quelle torri possenti, dalle quali è racchiusa tutt´intorno in un cerchio, quei ricchi palazzi in così gran numero e quelle alte chiese, e nessuno avrebbe potuto crederlo se non l´avesse visto con i suoi occhi». Tutti provarono stupore. «L´illustre e venerabile città brillava stranamente di un´infinità di meraviglie», insisté Geoffroy de Villehardouin. Sulla riva della città si levavano centinaia di statue: statue che i primi imperatori avevano saccheggiato dai tesori dell´Occidente e dell´Oriente, che col passare degli anni diventarono segrete, fantastiche, incomprensibili, o soggette a qualsiasi interpretazione. [...]

Santa Sofia, "la chiesa senza pari", "il modello del Paradiso", come dicevano i turchi, era stata inaugurata nel 360: distrutta in una rivolta del 404, ricostruita nel 415, di nuovo distrutta nel 532; e di nuovo definitivamente inaugurata il 27 dicembre 537. Sopra una grandissima lastra bianca, la mano della natura aveva inciso segni, venature, rilievi, screziature, che disegnavano a loro volta le figure umane di Gesù Cristo, Maria e Giovanni Battista. La pietra sembrava illusione: il sasso immagine umana; e tutto era variegato, suscitando in chi vedeva stupore e sgomento. Gli architetti avevano rivestito il pavimento di lastre di marmo colorato, o di sottilissime luci policrome. Se dal pavimento si guardava Santa Sofia, la volta sembrava un infinito cielo stellato, e se dalla cupola si guardava il pavimento, ecco, le pietre tumultuavano, ondeggiavano, oscillavano, sembravano un ardimentoso mare in tempesta.

Quando qualcuno penetrava sotto la cupola di Santa Sofia, la sua mente si innalzava verso Dio, nella convinzione che Egli fosse lì accanto, lì prossimo, e che amasse risiedere nel luogo che aveva prescelto. Santa Sofia, scriveva mirabilmente Procopio, era uno spettacolo bellissimo, quasi eccessivo per chi lo vedeva, e assolutamente incredibile per chi ne sentiva parlare. Era luce e riflesso. Sembrava «che la luce non venisse da fuori, ma che un bagliore accecante nascesse nel suo interno». Tutto il soffitto era rivestito d´oro puro, per aggiungere maestà alla bellezza, eppure lo splendore dell´oro era sopraffatto dal barbaglio della pietra preziosa. Fasci di luce penetravano da finestre diverse, convergendo verso un punto diafano, oppure incrociandosi ad altezze varie, le lame di luce scivolavano lungo le pareti e si allungavano sul pavimento. Questa mobile irradiazione accresceva, agli occhi di tutti, l´effetto irreale e inverosimile della visione.

In alto, in alto, Santa Sofia culminava in un quarto di sfera, al di sopra della quale si elevava un´altra semisfera, «di bellezza meravigliosa ma anche spaventosa», perché, diceva Procopio, tutto sembrava instabile, inquieto e incerto e in procinto di crollare al suolo. «Chi potrebbe descrivere lo splendore delle colonne e delle pietre che le abbelliscono? Sembrava di essere capitato in un superbo prato fiorito. Allo sguardo ammirato si offriva la tonalità purpurea, verde, rosso acceso, bianco brillante delle pietre, per non parlare dei marmi che la natura, come una pittrice, aveva screziato di tinte d´ogni sorta». Ciò che sorprendeva nelle vette di Santa Sofia, era l´estrema cangiabilità del sacro, la mobilità incessante dell´eterno, simile alle irradiazioni degli angeli evocate nei libri dello Pseudo-Dionigi l´Areopagita. Settantadue tonalità diverse brillavano, secondo la natura della pietra, delle perle e dei materiali più diversi.

Maometto II aveva conquistato Costantinopoli penetrando in Santa Sofia nel dicembre 1453. [...] Quando volle godere lo spettacolo delle opere d´arte, salì sulla superficie concava della cupola, come Gesù -"il soffio di Dio"- ascese al quarto cielo. Dopo aver ammirato il mare ondoso del pavimento, raggiunse la cima. Così sia Costantinopoli sia Santa Sofia, diventarono la più intima delle sue passioni.

In apparenza, Costantinopoli era vastità, grandezza, teatralità, sublimità, tragedia, ineffabilità – tutto portato all´estremo, fino a inebriare ed estasiare gli abitanti della capitale. In realtà gli architetti, gli artefici, i truccatori cercavano qualcosa di profondamente diverso, come accadeva a Bagdad e a Ctesifonte: qualcosa di stravagante e di illusionistico, di bizzarro e di eccentrico.

Secondo il famoso racconto di Liutprando, un albero di bronzo dorato era disposto davanti al trono imperiale: i rami erano gremiti di uccelli di ogni specie e colore, anch´essi in bronzo dorato; e ciascuno degli uccelli emetteva il canto inconfondibile della sua specie. In quel momento gli ambasciatori si prosternarono tre volte a terra, secondo un costume che risaliva ad Alessandro Magno. Il trono imperiale appariva dapprima disteso, poi si innalzò e in un attimo torreggiò altissimo nella grande stanza, custodita da leoni di immensa grandezza che sferzavano il pavimento con la coda e ruggivano con la bocca aperta.

L´imperatore di Costantinopoli era in primo luogo il signore delle forme e delle apparenze e delle liturgie. Quando nasceva, si sposava o aveva figli, la città era in festa per sette giorni e su tutte le piazze si mangiava e beveva a spese del sovrano. Le strade erano purificate: durante le processioni si spargevano fiori sul selciato, sulle finestre e sui balconi: si esponevano le suppellettili più preziose e si ostentava vasellame d´oro e d´argento. Un tappeto di bellissima lana rappresentava una coda di pavone: le stoffe di seta, tinte con porpora di Tiro, erano ricamate con l´ago; si esaltava lo scarlatto fiammante, il cupo viola, il delicato splendore del verde. I fabbricanti degli oggetti di lusso – orefici, importatori di seta, mercanti di lino, profumieri, autori di bronzi niellati - affermavano al mondo intero il prestigio di Bisanzio. Come scriveva lo storico turco, «si mescolavano le bellezze greche, franche, russe, ungheresi, cinesi»: le belle dai morbidi capelli, le fanciulle simili alle stelle della Lira, fresche come il gelsomino, alte e sottili come il cipresso, con la fronte simile alla luna e le ciglia al Sagittario.

In momenti straordinariamente solenni, l´imperatore lasciava da solo il palazzo e passava il Bosforo in una galera imperiale. Quando raggiungeva la giusta distanza dal ponte, conosceva la visione spettacolare e grandiosa della città. Allora, si alzava sulla sedia: restava in piedi guardando verso est con le mani alzate al cielo, faceva tre volte il segno della croce sulla città e poi rivolgeva una preghiera a Dio: «Signore Gesù Cristo mio Dio, nelle tue mani affido questa tua città: preservala, Ti prego, dall´assalto di ogni avversità e tribolazione, dalla guerra e dalle invasioni straniere. Conservala inviolata dalla cattura e dal saccheggio, perché è in Te che abbiamo riposto la nostra speranza e Tu sei signore di misericordia e padre di pietà e Dio di ogni consolazione e a Te spetta avere grazia e preservarci e salvarci dalle difficoltà e dai pericoli ora e per sempre e nell´eterno dell´eterno». Mai, come in quel momento, l´imperatore aveva rivolto al cielo una preghiera così commovente: così tenera, delicata e quasi indifesa.



Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Novembre 2012 10:32
 
{alt}