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5. Le decretali pseudo-isidoriane E-mail
Scritto da Giovanni S. Romanides   
Martedì 02 Aprile 2013 00:00

Sylvester I and Constantine

 

© Il sesto e settimo secolo testimoniano in Francia una continua controversia sul ruolo dei re franchi nell'elezione dei vescovi. Una parte insisteva che il re non dovesse avere nulla a che fare con le elezioni, un secondo gruppo permetteva che il re appro­vasse semplicemente le elezioni, un terzo gruppo concedeva al re il diritto di mettere il veto sulle elezioni, un quarto gruppo so­steneva il diritto del re alla nomina vescovile. Gregorio di Tours e la maggior parte dei membri della classe senatoriale apparten­nero a questo quarto gruppo. Tuttavia Gregorio di Tours, mentre sosteneva il diritto del re nella nomina vescovile, protestò contro la corrente prassi di alcune diocesi che vendevano questa carica al miglior offerente.

Dal tempo di san Gregorio Magno, i papi dell'Antica Roma cercarono di convincere i re franchi affinché permettessero l'elezione dei vescovi secondo la legge canonica, cioè mediante il clero e il popolo. I re franchi sapevano molto bene che la volontà dei papi era l'elezione di vescovi rappresentativi per la schiacciante maggioranza romana. Comunque, una volta che i franchi sostituirono i vescovi romani e ridussero il populus romanorum in schiavitù come villani, non sussisteva ragione perché i canoni non fossero oltremodo applicati. Carlomagno emise allora un capitolare nell'803 dove ripristinava la libera elezione dei vescovi attraverso il clero e il popolo secunda statuta canonum. Carlomagno ripristinò la lettera della legge, ma sia il suo intrin­seco scopo sia quello auspicato dai papi furono devitalizzati. La Chiesa in Francia rimase nella presa d'una dispotica minoranza teutonica.

E' in un tal contesto che si può apprezzare il senso delle decretali pseudo-isidoriane, una ricca raccolta di documenti contraffatti, mescolati e fusi in autentiche compilazioni in uso dall'850.

Incorporato in questa raccolta si distingueva un documento falso conosciuto col nome di "Donazione di Costantino" il cui scopo consisteva nel prevenire i franchi dallo stabilire la capitale a Roma [24]. Tale intenzione è intensamente indicata dal fatto che Ottone III (983-1002), la cui madre era romano-orientale, dichiarò questo documento una falsificazione per dimostrare parte della sua ragione nello stabilire nell'Antica Roma la capitale. Secondo quanto ammette la "Donazione", Costantino il Grande diede il suo trono imperiale al papa e ai suoi successori poiché un imperatore terreno non ha diritto di stabilire il suo potere in un luogo dove, dall'Imperatore del Cielo, sono stati stabiliti sia un governo di sacerdoti sia il capo della religione cristiana. Per questa ragione l'imperatore trasferì il suo Impero e il proprio potere a Costantinopoli.

Con ciò si sperava che i franchi sarebbero caduti nell'inganno abbandonando Roma ai romani.

carlo magnoTradotte in un contesto feudale, le decretali sostenevano l'idea che i vescovi, i metropoliti o arcivescovi, i patriarchi e i papi si riferissero l'un l'altro come i vassalli con i signori, in una serie di relazioni piramidali simili al feudalesimo franco, eccettuato il papa che non era limitato dalle strutture e dalle procedure gerarchiche potendo intervenire direttamente su qualsiasi punto della piramide. Egli era il vertice e allo stesso tempo, attraverso speciali procedure giuridiche, si implicava in tutti i livelli gerarchici. Il clero diveniva soggetto solo ai tribunali della Chiesa. Tutti i vescovi avevano il diritto d'appello direttamente al papa che era l'unico giudice supremo. Così dai più bassi tribunali della Chiesa tutti gli appelli furono portati al papa. Pure quando non veniva fatto alcun appello, il papa aveva il diritto di portare dei casi davanti al suo tribunale.

Il trono di san Pietro è stato trasferito a Roma da Antiochia. Costantino il Grande ha dato il suo trono a papa Silvestro I e ai suoi successori. In tal modo il papa siede simultaneamente sui troni dei santi Pietro e Costantino. Cosa poteva esserci di più forte per ricuperare il coraggio davanti alla divisione della nazione romana soggiogata dalla teutonica oppressione?

Le decretali incontrarono forte resistenza da parte dei potenti membri della gerarchia franca. Tuttavia ebbero molto rapida­mente ampia diffusione divenendo popolari presso gli oppressi. Altrettanto rapidamente i re franchi le sostennero contro i loro stessi vescovi seguendo quanto i loro interessi gli dettavano [25]. Inoltre esse furono sostenute dal pio clero e dai laici franchi, come pure dai vescovi franchi che avevano fatto appello al papa per annullare le decisioni prese dai propri metropoliti contro di loro.

Le parti falsificate di queste decretali sono state scritte in un la­tino con influenze franche, indice che la loro stesura è avvenuta in Francia per mano dei locali romani. Il fatto che i franchi ac­cettarono le decretali come autentiche, benché inizialmente non le accogliessero nell'interesse della loro struttura feudale, signi­fica chiaramente che essi furono estranei alla loro redazione. Per secoli i franchi non nutrirono alcun sospetto contro l'autenticità di questi testi.

Al contrario, sia l'Antica sia la Nuova Roma sapevano che que­ste decretali erano artefatte [26]. La procedura romana per la veri­fica ufficiale dei documenti non può lasciare alcun dubbio in proposito. Perciò è molto probabile che alcuni falsari provenienti da Co­stantinopoli con altri falsari sicuramente dell'Antica Roma, mi­sero mano alla loro compilazione.

Il più forte argomento opposto da Hincmar, arcivescovo di Rheims (845-882), contro l'applicazione di queste decretali in Francia fu che esse venivano applicate solo alla Romània papale. Egli fece una fine distinzione tra i canoni dei sinodi ecumenici, che sono immutabili e applicabili a tutta la Chiesa perché sono stati ispirati dallo Spirito Santo e le leggi che sono limitate nella loro applicazione ad una certa era e a una sola parte della Chiesa [27]. Si può ben vedere perché il contemporaneo di Hincmar, papa Giovanni VIII (872-882), espresse al patriarca Fozio la sua speranza di poter persuadere i franchi ad espun­gere il Filioque dal Credo [28]. Quello che papa Giovanni non af­ferrò pienamente, fu la determinazione con la quale i franchi de­cisero che i romani d'Oriente erano solo "greci" ed eretici, come risulta chiaro dalla tradizione franca di scrivere dei trattati teolo­gici contro gli errori dei "greci" [29].

f331partLe decretali erano un attacco diretto proprio al cuore del sistema feudale franco dal momento che esse scardinavano, da tale struttura, i suoi impor­tanti ufficiali amministrativi, i vescovi, mettendoli direttamente e per ogni cosa sotto il controllo di un Capo di Stato romano.

L'astuto franco capì il pericolo. Dietro alle argomentazioni con­tro l'applicazione delle decretali in Francia, si trovavano due preoccupazioni franche. La prima era rappresentata dal confronto con un papa romano, l'altra era l'evidente obbligo di dover conside­rare molto seriamente questo papa perché i villani potevano diventare pericolosi per la struttura feudale se fossero stati spronati dal loro etnarca romano.

Papa Adriano II (867-872), predecessore di Giovanni VIII, mi­nacciò di ripristinare personalmente l'imperatore Luigi II (855-875) al proprio possesso in Lotharingia sottrattogli ingiusta­mente da Carlo il Calvo (840-875) incoronato da Hincmar di Rheims (845-882) [30]. Hincmar rispose a questa minaccia in un let­tera inviata al papa stesso. Egli avvertì Adriano di non cercare di "... renderci schiavi dei franchi perché i [papi] suoi antecessori non imposero un simile giogo sui nostri predecessori. Tale giogo noi non lo possiamo sopportare... cosicché dobbiamo lottare fino alla morte per la nostra libertà e il nostro diritto di na­scere" [31].

Hincmar non era tanto turbato che i vescovi fossero divenuti strettamente soggetti al papa quanto che un romano avrebbe po­tuto renderli schiavi dei franchi [32].

Nel 990, re Ugo Capeto (987-996) della Francia occidentale (la Gallia) e i suoi vescovi fecero richiesta a papa Giovanni XV (985-996) di sospendere l'arcivescovo Arnolfo di Rheims in con­formità alle decretali. Arnolfo era stato nominato da Ugo Ca­peto, ma aveva tradito il suo benefattore in favore dello zio caro­lingio Carlo, duca di Lotharingia.

Per diciotto mesi il papa differì la decisione. Ugo Capeto, spa­zientito, adunò un concilio a Vercy non lontano da Rheims nel 990. Arnolfo si dichiarò colpevole e supplicò misericordia. Non­dimeno, un gruppo oppositore di abati giudicò i provvedi­menti illegali in quanto difformi alle decretali [33]. Il concilio de­pose Arnolfo. Ugo Capeto determinò l'elezione di Gerberto d'Au­rillac, il futuro papa Silvestro II, che venne insediato nella sede del vescovo deposto [34].

Papa Giovanni rigettò questo concilio come illegale e non auto­rizzato. Inviò un abate romano chiamato Leone per deporre Gerberto e ripristinare Arnolfo dichiarando sospesi tutti i ve­scovi che avevano preso parte al medesimo concilio. Il legato pa­pale annunciò la decisione del papa al sinodo di Monson nel 995 [35].

Gerberto si difese vigorosamente [36]. Alla presenza del legato Leone, rigettò la decisione papale e rifiutò il consiglio di alcuni confratelli che lo invitavano a desistere dai suoi doveri fino a quando questa faccenda non fosse stata esposta al successivo sinodo di Rheims. Finalmente il vescovo di Triers lo persuase a non celebrare messa fintato che fosse stata raggiunta la definitiva soluzione del suo caso [37].

Così Gerberto fu completamente abbandonato sia dal clero che dai nobili laici franchi i quali furono obbligati a manifestare, al­meno pubblicamente, il loro appoggio alla decisione papale. Essi evitarono pure ogni genere di contatto con Gerberto. L'abate Leone aveva svegliato i fedeli in sostegno del papa assiso sul trono dei santi Pietro e Costantino il Grande. Tuttavia, non fu molto prudente infliggere un rigoroso isolamento a Gerberto.

Il sinodo di Rheims del 996 depose Gerberto e ripristinò Arnolfo [38]. La nobiltà ecclesiastica franca non poteva permettersi di opporsi al sostegno popolare in favore del papa.

Sembra che a fondamento del diffuso fervore per il papa non ci fosse solo superstizione e pietà ma la diffusa condivisione del­l'opinione papale tra la maggioranza del popolo romano. Sono questi romani che hanno costituito la base del potere per il trono papale dei santi Pietro e Costantino.

Che il problema soggiacente a questo fenomeno fosse lo scontro tra romani e franchi è affermato chiaramente da Gerberto in una lettera a Wilderod, vescovo di Strasburgo. Egli scrive:

"L'intera Chiesa dell'Occidente franco sta sotto l'oppressione d'una tirannia. Il rimedio non è cercato nello stesso Occidente franco, ma ancora in questi [romani]" [39].

E' facile capire il cordiale entusiasmo con il quale il succube po­pulus romanorum accolse gli interventi del papa romano volti a punire ed umiliare la nobiltà franca colpevole dell'ingiustizia. Che il legato Leone potesse invertire le decisioni di Ugo Capeto e dei suoi vescovi portando la nobiltà al conformismo e ponendo Gerberto in isolamento dai fedeli, indica la presenza della crea­zione di una rivolta.

 

_____________

Note

[24] [La "Donazione di Costantino", secondo la corrente storiografia, venne esplicitamente utilizzata per la prima volta solo dal 1054. Il papa che la citò fu Leone IX (al secolo Brunone dei conti Egisheim-Dagsburg) e si servì di tale strumento in funzione anti-"bizantina". N.d.c.].

[25] [Sembrerebbe una contraddizione combattere le decretali come sistema scardinante il regime feudale per poi accettarle. E' ciò che l'Autore asserisce quando sostiene che i franchi hanno agito in tal modo. Tuttavia l'Autore stesso risolve la contraddizione quando indica che, nella mente franca, le de­cretali sarebbero state un potente mezzo ecclesiastico-politico con ampi van­taggi dal momento in cui a sedere sulla cattedra petrina ci fossero stati dei papi franco-germanici in luogo di quelli romani. Che proprio i franchi accet­tassero le decretali fa supporre che vi fosse già il progetto di sostituire il papa romano con un papa germanico. Questo spiegherebbe perché le stesse decre­tali furono accettate dopo le iniziali opposizioni. Dal punto di vista dei papi romani le decretali e la "Donazione di Costantino" servivano solo a rispon­dere al bisogno d'un concreto momento storico nel quale era urgente limitare le ingerenze franche. L'Autore esclude che essi pensassero di minare, con tali leggi, il regime comunionale vigente in tutto l'ecumene ecclesiastico (p. 53), cosa che invece accadde solo successivamente con i papi franco-germanici i quali, utilizzando i medesimi strumenti, imposero autoritativamente una uni­laterale ecclesiologia rigidamente monarchica e centralizzata. N.d.c.].

[26] Non è accidentale che Ottone III dichiarasse la "Donazione di Costan­tino" falsa e ciò è, come ho già menzionato, un fatto che egli ha probabilmente conosciuto da sua madre romano-orientale e dai suoi tutori. Tuttavia è evi­dente che egli non ha mai sospettato la manomissione del resto delle decretali.

[27] Gli ampollosi argomenti di Hincmar sono contenuti nei suoi scritti sul­l'illegale appello di suo nipote al papa, Opuscula et epistolae quae spectant ad causam Hincmari Laudunensis , PL 126, 279-648.

[28] [Papa Giovanni VIII inviò san Metodio ad evangelizzare gli slavi. I franchi non mancarono di notare che il Credo insegnato da san Metodio fosse senza il Filioque e ne fecero rimostrazione al papa. Ancor oggi, il Filioque viene com­preso nell'ambito del tentativo franco di porre argine all'insidia adozionista che, provenendo dalla Spagna, minava la Chiesa in Occidente. Mi chiedo: tale insidia poteva essere in grado di minare la fede dei popoli slavi ancora da evangelizzare? In altri termini, la preoccupazione franca era autentica o stru­mentale? Nella prospettiva delineata dall'Autore è verosimile solo la seconda risposta. N.d.c.].

[29] Di questi, ci sono pervenuti tre trattati: 1) Responsio de fide S. Trinitatis Contra graecorum haeresim, PL 110, 111-112; 2) Ratramnus di Corbie, Con­tra graecorum opposita, PL 121, 225-346; 3) Aeneas di Parigi, Liber adversus graecos, PL 121, 685-762.

[30] Mansi 16, 555-60.

[31] "...Nos francos non jubeat servire, quia istud jugum sui antecessores no­stris antecessoribus non imposuerunt, et nos illud portare non possumus, qui scriptum esse in sanctis libris audimus, ut pro libertate et haereditate nostra usque ad mortem certare debeamus"; PL 126, 181.

[32] Mansi 19, 97-100.

[33] E' interessante l'accurata nota di Richerio (Historiae, 4, 68), uno studente di Gerberto, il quale riferisce che gli abati risposero a richieste impossibili da notificare al pontefice romano poiché sussistevano ostacoli causati da ne­mici e dalle pessime condizioni delle strade.

[34] Mansi 19, 103-08. Per la spontanea versione di Gerberto sui provvedi­menti vedi il suo rapporto a Wilderod, vescovo di Strasburgo. Mansi 19, 107-68. E' chiaro che Richerio tentò di omettere alcuni avvenimenti per coprire lo scontro in corso tra l'istituzione franca e il papato romano. Ciò risulta particolarmente evidente dalla sua attenta omissione a menzionare la deposizione di Gerberto e dei vescovi che l'avevano ordinato su ordine di papa Giovanni XV. Amarezza per tale fatto viene espressa dallo stesso Gerberto in una sua lettera all'imperatrice Adelaide. Mansi 19, 176-78.

[35] Mansi 19, 193-96. Questo è evidente nella lettera di Gerberto all'imperatrice Adelaide, come menzionato nella nota precedente. Richerio fece un de­bole tentativo per presentare papa Giovanni come colui che spedì Leone in veste di semplice investigatore degli avvenimenti sinodali di Monson (Historiae, 4, 95). Per questa ragione il testo della decisione papale è stato omesso dagli atti del sinodo. E' altamente probabile che la sparizione dello stesso testo dall'archivio papale possa essere avvenuta per opera di Bruno di Carinzia o di Gerberto quando costoro assun­sero il papato.

[36] Richerius, Historiae, 4, 101-05. Mansi 19, 193-96.

[37] Mansi 19, 196. Richerio ci fornisce un'importante chiave per capire que­ste deliberazioni. Gerberto promise solo alla fine di astenersi dalla celebra­zione della messa per evitare di scatenare una rivolta contro il papa. Historiae, 4.106. In altre parole, c'era un accordo generale fra i nobili laici e la chiesa (dei franchi) per rivoltarsi contro il papa e la moltitudine gallo-romana (vallona) e, per questa ragione, una drastica decisione fu a tutti i costi evitata. Forse era già stato deciso in precedenza di preparare un candidato franco quale successore a Giovanni XV, candidato già noto alla ristretta cerchia dei capi franchi. Per governare efficacemente la predominante moltitudine ro­mana, i franchi avevano sempre dato l'impressione d'essere fedeli ed obbe­dienti al papa romano.[1]

[38] Mansi 19, 197-200. Richerio menzionò questo concilio, ma tacque sulle sue decisioni. Historiae, 4.108. Come ho già menzionato, evitò at­tentamente di esternare l'informazione che Gerberto era stato sospeso da Giovanni XV. Non menzionò neppure la morte di questo papa. Richerio ci dà l'impressione che Gerberto abbia fatto visita due volte al papa in questione il quale gli ha pure riconosciuto la nomina ad arcivescovo di Ravenna.

[39] "Pressa jacet tyrannide omnis Ecclesia gallorum atqui non a gallis, sed ab his sperabantur salus". Mansi19, 166.

Gallia, Germania ed Italia erano parti dell'Impero franco. Tali territori erano dominati dai membri delle famiglie carolinge. In questo contesto Eccle­sia gallorum significa la Chiesa dell'Occidente franco, certamente non quella francese che in quel tempo era rappresentata prevalentemente dai servi della gleba gallo-romani, i villeins soggiogati al dominio franco. Ciò è chiaro dal­l'uso del titolo rex francorum utilizzato dai re capetingi. Vedi Mansi 19, 93-94, 97, 105, 107-08, 113, 129, 171-72, 173-74.

Ultimo aggiornamento Martedì 02 Aprile 2013 08:55
 
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