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9. Teologia empirica E-mail
Scritto da Giovanni S. Romanides   
Martedì 30 Aprile 2013 00:00

Sinai-Transfiguration-of-Christ-Icon-Sinai-XIIe

 

© Forse la chiave per svolgere tale massa di questioni che attendono l'esame e il reciproco dialogo degli specialisti dovrebbe consistere nell'adottare i metodi usati dalle scienze positive, relegando i metodi già utilizzati dalle scienze sociali ad un livello dipendente. Naturalmente non si può applicare immediatamente tali metodi per esaminare Dio e la vita dopo la morte, ma si può certamente applicarli a questa vita, con un'attenzione particolare alle esperienze spirituali nelle varie religioni.

Nella peculiare Tradizione ortodossa la genuina esperienza spirituale è il fondamento delle formulazioni dogmatiche le quali, a loro volta, sono guide necessarie per condurre alla divinizzazione. Tradotto nel linguaggio della scienza, questo significherebbe che la verifica dell'osservazione viene espressa in simboli descrittivi i quali, a loro volta, agiscono come guide per altri af­finché essi possano ripetere la medesima verifica dell'osserva­zione. In tal modo le osservazioni di astronomi, biologi, chimici, fisici e dottori della generazione precedente divengono le osser­vazioni di quella successiva.

Alla stessa maniera, l'esperienza di divinizzazione di profeti e apostoli e la loro santità vengono espresse con moduli linguistici, il cui scopo è fare da guida ai loro successori perché avvenga la medesima esperienza di divinizzazione.

La tradizione dell'osservazione empirica e della verifica è la pie­tra angolare per setacciare la realtà fattuale da tutte le ipotesi delle scienze positive. E ciò riguarda pure l'autentico metodo teologico patristico-ortodosso.

Una caratteristica basilare del metodo scolastico franco, che trae la sua origine dal platonismo agostiniano e dall'aristote­lismo tomista, è la sua ingenua fiducia nell'esistenza obiettiva delle cose razionalmente speculate al di là di loro stesse [49]. Per seguire Agostino i franchi hanno sostituito alla preoccupazione patri­stica dell'osservazione spirituale — che era profondamente radicata in Gallia al momento in cui i franchi ne avevano appena stabilito il dominio — con il fascino per la metafisica [50]. Essi non sospetta­vano nemmeno che tali speculazioni avessero dei fondamenti sia nella realtà creata che in quella spirituale.

Nessuno potrebbe oggi accettare come vero quello che non è empiricamente osservabile o, almeno, verificabile da inferenza attraverso un effetto attestato. In tal modo si muove la teologia patristica. E' perciò che la speculazione dialettica di Dio e l'incarnazione fine a se stessa vengono rigettate. Vengono ritenute solo quelle cose che possono essere esaminate dall'esperienza della grazia di Dio nel cuore. A questo proposito i Padri citano un passo della lettera di S. Paolo agli ebrei:

"Non vi lasciate trascinare da dottrine diverse e straniere, perché è bene che il cuore sia fortificato dalla grazia e non da alimenti che nulla giovarono a quelli che li seguirono" [51].

 

_______________

Note

[49] [Questa mentalità ha tracciato profondi solchi rinvenibili ancor oggi. Il seguente passo è una testimonianza in tal senso: "Max Picard, lo scrittore che celebrò così altamente i valori in sé e l'oggettività, esaltava a me in un collo­quio del 1942 l'oggettività assoluta del sacro; notava giustamente che il sacer­dote celebrante deve perdersi nell'oggettività del rito, rendere inavvertibile la sua individualità. Aggiungeva pittorescamente che la Messa si celebrerebbe anche da sola, le campane da se stesse suonerebbero, l'ostia spontaneamente si eleverebbe". Cfr. R. Amerio, Iota unum, studio sulle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Ricciardi, Milano-Napoli 1985, p. 537.

Con questa visione religiosa eccessivamente concentrata sull'oggettività è im­possibile non subire il contraccolpo d'un perpetuo ed insanabile conflitto tra le esigenze dell'oggettività stessa e i bisogni della soggettività. Eppure il senso dell'oggettivo, per il soggetto, consiste proprio nella sua soggettivizzazione. "Così, la soggettività è sempre l'occhio che vede e consi­dera la realtà... aderisce a questa realtà e la possiede... è lo strumento che af­ferra la realtà come partecipazione o conoscenza... Dal momento che si capi­scono bene i confini tra l'oggettivo e il soggettivo... ogni scienziato lotta per una qualsiasi conquista dell'oggettività, ovvero per rendere soggettivo l'oggettivo". N. A. Matsoukas, Teologia dogmatica e simbolica ortodossa, 1, Dehoniane, Bologna 1995, pp. 59-60. N.d.c.]

[50] [Francesco Quaranta ha fatto un interessante lavoro sugli scholia di un probabile vescovo calabro-greco vissuto nell'XI secolo il quale piange la cattività franca della Chiesa di Roma e riconosce nella scolastica il peggior nemico per l'Ortodossia cristiana. Cfr. F. Quaranta, Gli scoli anti-latini del codice vaticano-greco 1650. Un'ipotesi di attribuzione, in "Folium", 1.0, gennaio 1998, a cura dell'associazione Artecom, Roma 1998, pp. 22-30. N.d.c.]

[51] Ebr. XIII, 9.

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Aprile 2013 11:53
 
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